USCIRE DAL SILENZIO
Massimiliano Frassi: la pedofilia si vince. Con la parola e con il cuore
Una panoramica sul fenomeno pedofilia. Domande brevi e risposte brevi, nel limite del possibile: questi i termini. Una chiara fotografia di quanto sta accadendo, nel silenzio più totale. Ma anche un breve ritratto personale di chi ha deciso di “sporcarsi” le mani per difendere figli non suoi.
Incontriamo
Massimiliano Frassi, presidente dell’
Associazione Prometeo Onlus (
www.associazioneprometeo.org) e autore di vari libri, tra cui il nuovo
Predatori di bambini: il libro nero della pedofilia (Ferrari editore).
- Cosa fa, in sintesi, l’Associazione Prometeo da te fondata?
“In sintesi: si occupa di dare una voce alle vittime della pedofilia. Oltraggiate, dopo la violenza, anche dai silenzi di una omertosa e distratta società, che le abbandona a sé stesse anziché aiutarle a rimarginare e a sanare le ferite”.
- Perché Prometeo?
“Per il significato mitologico del termine. Prometeo rubò il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, andò quindi contro il “potere” per fare del bene. È quanto, per certi versi, facciamo anche noi. Unico rammarico: oggi il nome lo usano un po’ tutti, dalle finanziarie alle palestre, dalle riviste d’arte alle birrerie”.
- La pedofilia è in aumento o è in aumento il fatto che se ne parla?
“Tutti e due. È un fenomeno in aumento ma allo stesso tempo se ne parla un po’ di più. Oggi si presenta in forme sempre più complesse, organizzate, protette. Muove interessi economici e non solo. Fa del male a bimbi piccolissimi e li condanna a una eterna ‘non-vita’”.
- È giunto quindi il momento di accennare al tuo ultimo libro, Predatori di bambini, che in alcuni punti ricorda I sommersi e i salvati di Primo Levi…
“Già. Malgrado una piccola casa editrice ed essendo penalizzato da una pessima distribuzione, fino a oggi, con tre titoli, ho venduto più di centomila copie: se permetti, un vero e proprio ‘caso’ editoriale, nato spesso grazie al passaparola, o agli stand realizzati dai volontari dell’associazione. Predatori è, a mio avviso, la miglior fotografia mai realizzata sul fenomeno pedofilia; una chiara istantanea di cosa voglia dire il problema oggi. Chi è il pedofilo, come va a caccia, come imbroglia, come riesce a farla franca, come si traveste e si rende invisibile, come si organizza e fa del male… c’è proprio tutto”.
- C’è un capitolo intitolato Ai sopravvissuti. Ancora una volta la voce delle vittime sopra tutto?
“È un atto dovuto. Sapevo che avrebbe scatenato gli animi e non sai quante lettere ricevo proprio per quel capitolo. Lettere importanti, di persone che non hanno mai raccontato prima il loro dramma e decidono di farlo con me. Un grande dono questo, una grande prova di fiducia. Ma, certo, anche una grande responsabilità. La paura di non trovare il tempo e le parole necessarie a dar loro l’aiuto richiesto, ma anche il desiderio di far capire loro che la forza si trova dentro di sé: solo lì comincerà la definitiva sconfitta di quel male che le bestie hanno seminato, segnando per troppo tempo le loro esistenze”.
- Perché “sopravvissuti”?
“È il termine americano per indicare le vittime. Ma mi è sembrato il più appropriato, comunque siano andate le cose…”
- Tu sostieni che il pedofilo si annida in tutte le classi sociali. Fino a poco tempo fa, però, si pensava che la pedofilia fosse una perversione unicamente maschile, mentre oggi si scopre che ne sono affette anche alcune donne. Ne hai incontrate? Cos’hai da dirci in proposito?
“Da alcuni anni, in effetti, troviamo sulla nostra strada anche ‘predatori pedofili’ al femminile. Se in passato il fenomeno era più collegato alla moglie del predatore che era al corrente delle perversioni del marito, ma nulla faceva per impedirle, oggi abbiamo donne protagoniste attive di questi fatti. Suore, insegnanti, madri: purtroppo, anche qui, non ci si è fatti mancare nulla. Non serve alcun commento se non ribadire che, in quanto cancro devastante, la pedofilia non poteva ahinoi non toccare anche chi dalla pedofilia ci avrebbe salvato: le donne, appunto”.
- Non voglio sembrare retorica né demonizzare un mezzo ormai entrato a far parte, per molti aspetti giustamente, della nostra vita quotidiana, ma Internet, con tutti i suoi pregi, è anche facilmente accessibile. Sarà mai regolamentato seriamente?
“Mai. Impossibile farlo, anche volendo”.
- E coloro che pensano di arginare il fenomeno demonizzando certe categorie di persone? Mi viene in mente il documento vaticano che vieta agli omosessuali di accedere agli ordini sacri.
“Un testo ipocrita. È un modo pericoloso non solo di far passare ancora una volta l’equazione gay=pedofilo (equazione lontana anni luce dalla realtà, e te lo dice uno che di pedofili ne ha incontrati a bizzeffe), ma anche di voler evitare nuovamente di affrontare una volta per tutte il problema della pedofilia nella Chiesa. Urlando ‘Via i gay dai seminari’ si vuol convincere l’opinione pubblica di aver ‘ripulito’ il sistema e allontanato il pericolo abusi. ‘Pericolo’ che, grazie a documenti di questo tipo, se la sta ridendo alla grande, aspettando solo il momento buono per abusare di nuovo di qualche innocente”.
- Alcuni commentatori rilevano che certa sottocultura gay accetta, o almeno non condanna con fermezza, non tanto la pedofilia propriamente detta, ma l’efebofilia, che è l’attrazione per gli adolescenti. A me sembra che ciò si diffonda, tacitamente ma non troppo, anche presso il pubblico eterosessuale: penso ad alcune pubblicità diffuse persino su quotidiani autorevoli, e il continuo passaggio in tv di “lolite” sempre più giovani e ammiccanti.
“Non so se ‘una certa sottocultura gay’ accetti l’efebofilia, ma ritengo esatto il paragone con ‘lolite’ e loro derivati. Quanto alle posizioni di cui sopra, mi permetto di bruciarle in questi termini: il 98% dei bambini che seguiamo hanno meno di 10 anni. Anzi, a ben vedere, la media va dagli zero ai 4/5 anni: vittime ancora molto lontane dal mondo degli adolescenti ma, proprio per questo, tra le ‘preferite’ da certi soggetti. Che nulla hanno a che fare con la Chiesa con la ‘C’ maiuscola: ma nemmeno con possibili ‘tendenze omosessuali’. Mettiamoci in testa, una volta per tutte, che sono, semplicemente, criminali pedofili. Per i quali qualsiasi altro tipo di classificazione devia dalla reale natura degli stessi”.
- Sappiamo che il tuo lavoro ti ha procurato molti nemici. Tu stesso, per sfida, hai scritto come slogan sul tuo sito: “Massimiliano Frassi nuoce gravemente alla salute. Dei pedofili”. La tua schiettezza dà fastidio. Sembra incredibile che esistano nemici di una causa così nobile.
“Si tratta di pedofili e loro ‘derivati’. Fine risposta. Nel senso che non voglio perdere tempo a parlare dell’immondizia del mondo”.
- Anni fa ti occupasti di Aids…
“Quanti ricordi. I ragazzi che incontravo oggi non li avrei rivisti la settimana dopo… ed il mio cielo si riempì di tanti di quegli angeli che non puoi immaginare: forti come pochi, dovevano affrontare un mondo ostile e spietato quanto il male che li attanagliava. I baristi si rifiutavano di servire loro il caffè quando la malattia segnava i volti ancor prima del cuore. Anni dopo li ‘vendicai’ scrivendo in un libro che ‘mi faceva schifo chi non avrebbe mai stretto la mano a un sieropositivo ma la stringeva ogni giorno a un pedofilo’. Anche lì ho vissuto la preistoria del problema, oggi ancora presente ma – perlomeno nel ‘Nord del mondo’ – affrontabile con farmaci impensabili fino a pochi anni fa. Detto ciò, ai giovani dai 20 ai 100 anni resta valido il perenne invito: usate la testa e SEMPRE il preservativo”.
- Hai lavorato anche come operatore di strada, fra prostitute e barboni…
“Ed è stata un’altra scuola di vita. Quasi una seconda Università. Utilissima per quello che faccio oggi.
“Pensa che, un giorno, portai una scolaresca in stazione e toccò agli stessi barboni far lezione agli alunni. Fu una bella risposta a chi rispondeva al problema del ‘barbonismo’ con le ronde e l’emarginazione. E allo stesso tempo fu indimenticabile per gli studenti e per i ‘professori’ che, quel giorno, tornarono a sentirsi meravigliosamente utili alla società”.
- Parlami dei tuoi volontari. Sei soddisfatto del tuo gruppo?
“Oggi sì. Per anni mi sono accontentato di ‘quel che passava il convento’, circondandomi spesso anche di gente che, alla prima vera difficoltà, si è squagliata come neve al sole e non si è dimostrata all’altezza di affrontare questo percorso.
Le persone di oggi sono pulite, e questo non è poco; vale per loro ciò che scrisse tempo fa De André: è gente che va ‘un po’ più lontano’”.
- A proposito di musica, tu citi spesso un altro cantante-poeta, Renato Zero. Mi chiedevo: cosa significano le sue canzoni per te? Segue il tuo lavoro? Ti ha mai contattato?
“Non so se mi segue, ma spero e credo di sì. Renato è la camera di decompressione per tutti gli orrori che ogni giorno affronto. La bombola d’ossigeno per respirare aria pura dopo tanta apnea. Un maestro. Sincero. Un esempio. Grande. Se penso alle difficoltà che incontro, mi torna in mente quel ragazzetto che girava le case discografiche con un baule di sogni e di trucchi. O che si esibiva per un panino o una coca cola. Se lui avesse smesso davanti a una porta chiusa, pensa a quanta poesia avremmo perso, quanto bene mai realizzato. Da lì, l’esempio di non arrendersi mai…”
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Cosa pensi di Fonòpoli (la “città della musica” ideata da Zero per aiutare i giovani e i talenti in difficoltà e che dovrebbe aprire i battenti nel 2008, www.fonopoli.it, n.d.A.)?
“Penso che, prima di un luogo fisico, sia un luogo del cuore. Un ideale che i n questi anni ha lavorato duramente con l’omonima associazione. Gli auguro di realizzarlo perché ancora una volta sarà un’oasi di speranza per tanta ‘bella’ gente”.
“Per quanto concerne invece la mia associazione mi preme ricordare il legame che da alcuni anni c'è, a livello professionale ed a livello personale, con l'associazione culturale Zenzero (www.zenzero.it), il cui presidente è il fratello di Renato, Giampiero. Hanno sposato la nostra causa e ci danno spazio ogni volta che possono. Una disponibilità che di questi tempi, credimi, è merce assai rara”.
- In conclusione, c’è ancora speranza davanti a tanto orrore?
“Cito un altro dei più grandi poeti di sempre, John Lennon. Egli diceva ‘Love is the answer’, l’amore è la risposta. Nient’altro che questo”.
- Le cose, quindi, possono cambiare…
“È una delle poche certezze. Cambieranno eccome, sarebbe innaturale se così non fosse. Sarà sempre più difficile, sempre più doloroso, ma alla fine ne sarà valsa la pena”.
aquilone blu, intervista a massimiliano frassi, predatori di bambini